Saldi, primo giorno. Primo, e per quanto solitamente mi riguarda, unico: esco, compro quello che mi serve (sapendo già cosa mi serve), e buonanotte. Quest’anno sono accompagnato dal mio amico Foffo, giunto a Milano per l’occasione. Facciamo un giro la mattina, compriamo una cravatta a testa rigorosamente non in saldo (altrimenti non saremmo stupidi) e ci teniamo il grosso della spesa per il pomeriggio nel negozio amico.

Tornati a casa, si discorreva del modo in cui sarebbe tornato a casa dopo gli acquisti, visto che aveva solo una piccola sacca rubata alla sua ragazza. “Ci vorrebbe una bella borsa weekend”.

 

Borsa weekend???? In pratica, null’altro che una sacca di media grandezza, dove infilare il necessaire per un paio di giorni, di gradevole aspetto e che non ti faccia sembrare uno zingaro. Mi indigno quando Foffo cita un modello di Louis Vuitton, dato che non sopporto monogrammatiche ostentazioni, e poi proseguiamo a descrivere dimensioni, forma e funzionalità ideali, finendola lì.

 

Piano di spesa per il pomeriggio: un abito, qualche maglione, due paia di jeans, e al massimo delle camicie. Il mio conto in banca è sotto stress da mesi (ma il vantaggio di lavorare in banca è che si può avere del meraviglioso credito), la tredicesima (e oltre) l’ho giocata in anticipo sul piatto del mio nuovo Mac portatile, ho le mani bucate come se avessi stimmate da cui gocciolano soldi, per cui mi dò un obiettivo. Devo stare entro quella cifra.

 

Entriamo nel negozio, mi aggiro, prendo le prime cose, e vedo una borsa weekend. Una meravigliosa borsa weekend. Old style, in pelle. Guardo il prezzo: inabbordabile. Ottimo, è così fuori budget che non posso, nemmeno volendo, fare una stronzata del genere. Anche Foffo la nota: “ci farei un pensierino, non avessi comprato l’inverosimile”, cosa che effettivamente ha fatto. E ogni volta che si lamenta perchè non sa come tornare a casa dovendo prendere il treno pieno di borse, lo solletico: “ti ci vorrebbe proprio, quella borsa weekend”.

 

Speravo, davvero, di sfuggire all’inevitabile.

 

Due ore nel negozio, un bel pò di roba, e sguardi fugaci alla borsa. Cazzo, non costasse tanto. Cazzo, proprio quello di cui parlavamo oggi. Pensa, che coincidenza. E che peccato non poterla prendere. Ma vabbè.

 

E alla fine, il conto. Bravo, mitico, esattamente la cifra preventivata. Continuo a fare battute sulla borsa. Nego di poterla comprare, mi struggo ma nodaipropriononpossononnò. A quel punto Paola, la tentatrice, mi chiede se volevo sapere a che prezzo me l’avrebbe fatta suo padre. Si allontana, e dico a Foffo: “quanto potrà mai dirmi.. e se anche dicesse XXX euro invece di YYY, che faccio??

 

Lapidario: “se ce li hai, prendila”

 

No che non ce li ho. Ma arriva il responso. Esattamente “XXX”. La carta revolving (il nome deriva dalla pericolosità pari a quella di un revolver) emette un trillo stile msn.

 

A quel punto, mi mancava solo di dire cose da “donna che si autoconvince pur di comprare quei meravigliosi stivali in vetrina”: effettivamente sta benissimo col cappotto, dai la prendo che tanto la uso tutti i giorni, ci posso mettere anche il computer, è un’occasione irrinunciabile, eh, scusa, se devo fare un weekend è proprio quello che mi serve. Che buffone.

 

 

kerouac4.jpg