da leggere ascoltando:

Ero in ufficio, quando il mio vecchio compagno di gioco d’azzardo Rolando, anche conosciuto come Bronzo, mi manda una mail.

 

Ma ti ricordi, recitava l’oggetto,

“quando ti procacciavi il danaro giocando a poker?

che bei tempi.. ora ti sei per caso imbolsito? “

Colpito. C’ero una volta io.

E c’era una cricca di giocatori pronti a rispondere “dove?” ad una voce che dall’altro capo del telefono diceva solo una parola: “Adesso”. C’erano anzi non c’erano orari nella notte, e meglio se infrasettimanale. C’era un tavolo verde pronto dalle 20.30, sempre a casa mia. C’era un caffè sul fuoco per digerire il kebab, e che appena bevuto dava via al rumore di fiches lanciate nel mezzo. C’era un silenzio rigoroso ed un etica da duello medievale. C’era gente in camicia anche con 40 gradi, o anche con 2 gradi e la finestra aperta quando si fumava. C’erano complimenti, sguardi, cenni di assenso, a volte applausi a scena aperta. C’era il libro dei cattivi, dove venivano annotate tutte le partite. C’era il fumo sottile di una sigaretta che si alzava pesante quando era necessaria una scelta difficile.

du-da-du-da-du-dattu-dada-dà.

543494442_157fccb854.jpgE poi c’ero io. Che in queste partite ero insieme a Bronzo l’unico sempe presente. Non è una rimembranza del tipo “ah, come eravamo”, è che ci sono dei periodi particolari e il tavolo verde riflette inevitabilmente quello che sei. Quello che sei dentro.

Ed ero io versione scapestrata, single impenitente dopo tanto tempo, e sempre pronto a rispondere ad una chiamata, a dormire poco e con la valigetta delle fiche e le carte in macchina. Pronto ad abbandonare un letto in compagnia all’una di notte, per correre ad una partita con dei giocatori d’alto livello. Ero io con l’autostima a mille, con l’aria da stronzo e quel tocco di malaffare fascinoso che il poker inevitabilmente dava prima che fosse moda.

Al tavolo, ero un killer con la pistola carica e il colpo in canna. Potevo sembrare poco presente, ma ero capace di mantenere la concentrazione per tutta la partita e di colpire al momento giusto. Del resto, all’apice di quel periodo, la mia striscia era di 24 partite in positivo su 27: come entrare in un bar 27 volte, ogni volta abbordando una donna, e finire in un letto caldo 24 volte. Su certi numeri parlare di fortuna è quantomeno ingeneroso: ce n’era, certo, ma c’erano soprattutto cattiveria, fame di vittoria, sfrontatezza, calma e lucidità al momento giusto. In più una certa preparazione fisica allo star concentrato per ore e sveglio fino a orari non proponibili a dei “maledetti impiegati”, come ci apostrofava il giocatore-pittore.

Tutte cose, insomma, che hai quando anche nella vita sei un lupo a caccia. Boogie-woogie.
E adesso invece sono costretto a incassare quando mi danno dell’imbolsito. Al tavolo sarei un agnellino passivamente pronto al sacrificio pasquale, incapace di colpi a sorpresa e di tenere a bada il cervello quando partono le pulsazioni ad offuscare qualsivoglia ragionamento. Sulle mie vaghe spiegazioni per la sparizione di quell’Io, Rolando si è espresso in un mail successiva:

“preferivo mi dicessi che sei un drogato psicopatico che uccide le ottuagenarie nei parchi dopo averle inculate”.

Ma occhio, eh, non cantare vittoria. Che prima o poi ‘nsisamai che ritorni.

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.