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da leggere ascoltando:

Ero in ufficio, quando il mio vecchio compagno di gioco d’azzardo Rolando, anche conosciuto come Bronzo, mi manda una mail.

 

Ma ti ricordi, recitava l’oggetto,

“quando ti procacciavi il danaro giocando a poker?

che bei tempi.. ora ti sei per caso imbolsito? “

Colpito. C’ero una volta io.

E c’era una cricca di giocatori pronti a rispondere “dove?” ad una voce che dall’altro capo del telefono diceva solo una parola: “Adesso”. C’erano anzi non c’erano orari nella notte, e meglio se infrasettimanale. C’era un tavolo verde pronto dalle 20.30, sempre a casa mia. C’era un caffè sul fuoco per digerire il kebab, e che appena bevuto dava via al rumore di fiches lanciate nel mezzo. C’era un silenzio rigoroso ed un etica da duello medievale. C’era gente in camicia anche con 40 gradi, o anche con 2 gradi e la finestra aperta quando si fumava. C’erano complimenti, sguardi, cenni di assenso, a volte applausi a scena aperta. C’era il libro dei cattivi, dove venivano annotate tutte le partite. C’era il fumo sottile di una sigaretta che si alzava pesante quando era necessaria una scelta difficile.

du-da-du-da-du-dattu-dada-dà.

543494442_157fccb854.jpgE poi c’ero io. Che in queste partite ero insieme a Bronzo l’unico sempe presente. Non è una rimembranza del tipo “ah, come eravamo”, è che ci sono dei periodi particolari e il tavolo verde riflette inevitabilmente quello che sei. Quello che sei dentro.

Ed ero io versione scapestrata, single impenitente dopo tanto tempo, e sempre pronto a rispondere ad una chiamata, a dormire poco e con la valigetta delle fiche e le carte in macchina. Pronto ad abbandonare un letto in compagnia all’una di notte, per correre ad una partita con dei giocatori d’alto livello. Ero io con l’autostima a mille, con l’aria da stronzo e quel tocco di malaffare fascinoso che il poker inevitabilmente dava prima che fosse moda.

Al tavolo, ero un killer con la pistola carica e il colpo in canna. Potevo sembrare poco presente, ma ero capace di mantenere la concentrazione per tutta la partita e di colpire al momento giusto. Del resto, all’apice di quel periodo, la mia striscia era di 24 partite in positivo su 27: come entrare in un bar 27 volte, ogni volta abbordando una donna, e finire in un letto caldo 24 volte. Su certi numeri parlare di fortuna è quantomeno ingeneroso: ce n’era, certo, ma c’erano soprattutto cattiveria, fame di vittoria, sfrontatezza, calma e lucidità al momento giusto. In più una certa preparazione fisica allo star concentrato per ore e sveglio fino a orari non proponibili a dei “maledetti impiegati”, come ci apostrofava il giocatore-pittore.

Tutte cose, insomma, che hai quando anche nella vita sei un lupo a caccia. Boogie-woogie.
E adesso invece sono costretto a incassare quando mi danno dell’imbolsito. Al tavolo sarei un agnellino passivamente pronto al sacrificio pasquale, incapace di colpi a sorpresa e di tenere a bada il cervello quando partono le pulsazioni ad offuscare qualsivoglia ragionamento. Sulle mie vaghe spiegazioni per la sparizione di quell’Io, Rolando si è espresso in un mail successiva:

“preferivo mi dicessi che sei un drogato psicopatico che uccide le ottuagenarie nei parchi dopo averle inculate”.

Ma occhio, eh, non cantare vittoria. Che prima o poi ‘nsisamai che ritorni.

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.

-Ma quando aggiorni il blog?
-eh non lo so, sai ultimamente non ho tempo, poi..
-Ma dai, figurati! nemmeno un post piccolo piccolo?
-No è che proprio, guarda, insomma…
-Ma cosa hai fatto in quest’ultimo mese?
-Mah guarda, diciamo che con la primavera, il lavoro, le cose..
-Ma quali cose?
-Nulla. Il nulla, non ho fatto assolutamente nulla. Mi annoio, mi annoia tutto, sono in ottima posizione al campionato mondiale di noia, non trovo nulla che mi stimoli.. che faccio? non mi viene nulla, da scrivere!
-Ah, ecco..
-L’unica cosa recentemente degna di nota è il campionato dell’Inter il mio primo scudetto sul campo da quando sono capace di intendere e di volere.. e da quando sono nero e a strisce azzurre..
-Vabbè..

Ecco, l’Inter, la classica metafora della vita. Un campionato di rara bellezza, una forza devastante, assoluta, meravigliosa. Sono sempre stato convinto che essere interista preparasse meglio alla vita, ti rendesse consapevole che l’inculata, l’evento inaspettato ed imponderabile potesse sempre accadere in qualsiasi momento. e soprattutto in qualsiasi partita, contro qualunque avversario. E invece quest’anno si vinceva, contro chiunque, dovunque, e sempre. Fino alla prima partita-scudetto, con la Roma: si vince e si festeggia, in casa, di sera: tutto perfetto. E invece, non programmate nulla, non date mai nulla per scontato: che l’imprevisto è sempre in agguato, e l’unica sconfitta di una stagiona spaziale è quella nella partita più importante. Che bello, essere interisti.

e, per finire, l’ultimo torneo di poker che ho giocato. Tasto dolente, sto giocando benino ma le carte non girano. Passerà?

Da quando gioco assiduamente a poker, ovvero un annetto, i miei schemi mentali si sono decisamente deformati, facendomi ragionare in certe situazioni di vita reale come se stessi giocando una mano. Del resto, come negli scacchi, anche nel poker uno dei problemi fondamentali è avere perfetta cognizione di avvenimenti esterni per poi prendere la decisione corretta e fare la mossa giusta – e proprio per questo in determinati momenti è utile decidere certe cose applicando gli stessi ragionamenti che si fanno mentre si gioca.

Sebbene il parallelo poker-vita sia azzardato e forzato, succede anche che è necessario inquadrare la singola giocata (la singola decisione) nella singola mano (la singola situazione, intesa come insieme di decisioni anche consequenziali) all’interno della partita, chè una scelta errata può condizionare una partita altrimenti positiva; e così una sola partita, se condotta in modo sbagliato, può condizonare la serie di partite (il “periodo”). In pratica, inquadrare il tutto non sul caso particolare, ma ragionando anche sul generale. Anche perchè un’ipotetica prima mossa condiziona le successive, e quindi non si può fare una decisione senza chiedersi: “Giocata in questo modo, in che situazione mi troverò? Quale sarà la presumibile reazione, e la conseguente decisione che dovrò prendere? Come influenzerà la mano e poi la partita?”. Non credo sia chiaro, ma vabbè.

Ovviamente, la bravura del giocatore permette di condizionare mani e partite sfavorevoli, ma è inevitabile, in periodi più o meno brevi, essere condizionati dalla sorte. Questo perchè il giocatore bravo alla lunga vince, è certo, ma nel breve periodo la sfiga esiste eccome, e la bravura sta anche nel capirlo e limitare i danni.

Generalmente è così: periodo fortunato, qualsiasi azione anche sbagliata fa vincere. Si possono rischiare bluff con niente in mano, ed ottenere il risultato desiderato. Ad un certo punto, arriva quello che chiamo “lo schiaffo”: un brutto colpo di sfortuna, un errore, e una perdita consistente. Dopo lo schiaffo, il cosiddetto “tilt”, ovvero il giocatore fisiologicamente non è lucido, perde concentrazione, e soldi. Oppure ad un certo punto il periodo fortunato si interrompe senza traumi ma si iniziano a perdere costantemente piccole cifre, che sommate portano in passivo.

Ci vuole un pò ad accorgersi che la fortuna è girata, ed ovviamente è difficilissimo, ma quanto prima uno se ne rende conto, più può limitare i danni e le perdite. Il periodo sfortunato, riprendendo il discorso del particolare-generale, può essere limitato all’interno della partita, può durare tutta una partita (in quel caso, chi è più bravo perde meno, ma comunque perde), o ad una serie di partite.

E’ necessario accorgersene, e una volta che si è coscienti che si è nel periodo sfigato, limitare i danni: ovvero giocare il meno possibile, evitare rilanci anche quando si hanno buone carte (che gli avversari ne avranno di migliori), e molto spesso avere il coraggio di passare anche un buon punto. A un certo punto arriverà il momento della svolta, la mano buona che invertirà la tendenza, e si potrà ricominciare a giocare liberamente

Tutto questo per dire che io ho ben capito che ultimamente (e parlo di vita, non di poker) come mi muovo faccio danni, mi succede qualcosa e tutto gira per il verso sbagliato, che non è il caso di correre ulteriori rischi. Ho preso lo schiaffo, ho perso un pò di soldi, ma ho capito: finchè non mi arrivano le carte della svolta, io passo. Passo.

“Perdere ad asso piglia tutto con un baro dilettante non vuol dire non essere in grado di eseguire alla perfezione un bluff ad alti livelli.
Per assicurarsi una buona riuscita, il bluff deve essere condotto fino in fondo, fino all’esasperazione. Non c’è compromesso. Non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità. Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile: il rischio di apparire ridicoli.”

 Titta Di Girolamo

Telesina. Due assi fuori per F. (il miglior giocatore che io conosca), 9-10-j di picche in scala per me e una carta coperta a testa. Piatto, chiama. Contiamo, cinquanta euro. Il giocatore di mano prima di me ci pensa, io inizio a pensare una strategia: devo essere credibile, o andarmene subito. Il terzo in gioco passa dopo un pò, io senza esitare un secondo le vedo. Ultima carta: F. chiude una doppia coppia, a me arriva la quarta carta di picche, il K con potenziale scala reale. Tocca a lui parlare, bussa. Non ci penso un secondo: piatto! 150 euro per vedere che carta ho lì sotto, e non ci sono altre carte di picche in giro. Minuti interminabili, una qualsiasi smorfia mi può tradire e quindi è necessario essere impassibili. Alla fine, è costretto a passare: la mia giocata indicava che avevo chiuso almeno una scala, o quantomeno avevo giocato in modo da obbligarlo a crederlo. Sotto avevo un 7 di cuori. Chiudo le carte, e senza fiatare le getto nel mucchio. Nessuno ha mai saputo cosa avessi.

Ultimamente gioco molto frequentemente, ho trovato un gruppo di bravi giocatori e con mio grande piacere spesso si riesce a sedersi al tavolo. Questo rende l’idea, da parte di chi non ha mai praticato il poker, che io sia un malato d’azzardo, capace di rinunciare ad uscite ed aperitivi pur di avere cinque carte in mano. Ebbene, il poker non è solo questo, non gioco per i soldi. Il poker è una guerra, un gioco in cui l’abilità conta quanto la fortuna: puoi avere tutte le carte che vuoi, ma devi essere capace di valorizzarle, e devi essere capace di vincere anche con carte più deboli. Sia chiaro, la serata fortunata o sfortunata capita, è inevitabile. La sorte esiste sempre, ma alla lunga c’è chi è capace di dominarla, o massimizzare i suoi effetti, e chi no.
Mi è capitato spesso di perdere, ma di essere soddisfatto perchè la partita era stata ben giocata; allo stesso modo di vincere, ma non passando una bella serata. Anche il contorno, l’etica al tavolo, il bicchiere con il superalcolico accanto che si riempie nei momenti di tensione, le sigarette che si accendono al momento giusto, la musica jazz di Bill Evans o John Coltrane, danno il gusto di sedersi ad un buon tavolo.

Il gusto dell’azzardo fine a se stesso è quello di Dostojevskij ne Il Giocatore, uno dei miei libri preferiti. Il rimbalzo della pallina della roulette prima di finire in una casella o nell’altra, quello è il brivido dell’azzardo: una casella ti cambia la vita, l’altra no. Quando apri cinque carte, invece, puoi non avere il punto: ma puoi sempre far finta di averlo. L’inganno è fondamentale, così come la capacità di capire gli avversari e di leggere il loro gioco, o l’intelligenza di capire quando il momento è favorevole e va sfruttato, o al contrario quando è sfavorevole e seppur con buone carte è meglio passare. Quando poi porti verso di te le fiches, e con due nove hai fatto scappare tre assi, o quando con un buon punto hai fatto credere di non avere un cazzo e hai vinto un bel pò… beh, quella è soddisfazione: ma se sei un vero giocatore, la tieni per te…

p.s.: con tutto ciò non voglio dire di essere bravissimo, tutt’altro. volevo solo cercare di descrivere cosa mi piace, in quelle dannate cinque carte, e che tipo di atmosfera si crea. Non quella di quattro stupidi che scommettono sui punti che hanno in mano: c’è tanto altro in più, di psicologia, intelligenza, abilità e ovviamente fortuna. Per farsi un’idea, Rounders – Il giocatore con Matt Damon e La Stangata con Paul Newman e Robert Redford!

Sono tornato a Milano, ma sono senza pc a casa… indi, mi è molto difficile poter scrivere dato che se lo faccio al lavoro e mi beccano mi fucilano.

Cmq, il blog riprenderà la propria attività appena avrò una stanza mia dove poter collegare il pc… nel frattempo posto un articolo bellissimo di Zucconi sul poker… che se aspetto che scriva frizkner sono fottuto.

a presto, i hope

Steve l’americano spizzò l’angolo delle sue carte e disse senza muovere i muscoli della faccia, come fanno i ventriloqui: I’m all in, “Punto tutto quello che ho”. Tre milioni e settecentomila dollari, ladies and gentlemen, annunciò il “meccanico”, come si chiama nella lingua del poker quello che fa le carte dopo aver misurato il castello di gettoni. Hachem il libanese non guardò neppure le sue carte. Tenne i suoi occhi fissi sugli occhi dell’ultimo avversario rimasto per il titolo di campione del mondo di poker 2005 e rispose calmo: Call. “Ti vedo”. Il piatto, signori e signore, è sette milioni e quattrocentomila dollari, contò il meccanico. Spingendo un carrello di ferro di quelli usati negli alberghi per portare le uova fritte e il caffè in camera, ragazzoni con le spalle troppo larghe e ragazzone con le gambe troppo lunghe rovesciarono sul tavolo una frana di mattoni verdi, sette milioni e quattrocentomila dollari in banconote da cento, ben fascettate. Steve si grattò il mento. Hachem concesse alla moglie seduta tra il pubblico il sospetto di un sorriso. Due milioni e mezzo di telespettatori seduti a casa accavallarono le gambe per trattenere il bisogno di far pipì e la voglia di una birra e si prepararono a vedere chi di quei due, fra Steve Dennemann l’americano e Joe Hachem il libanese avrebbe portato a casa una somma che loro, gli zombies del cartellino timbrato e delle rate di mutuo, avrebbero impiegato 163 anni di lavoro per guadagnare. Al ritmo dei 46mila dollari l’anno di reddito medio nazionale lordo. La finale in diretta della “World Series of Poker”, l’ultima mania televisiva che sta consumando un pubblico già annoiato dalle marionette anabolizzate del wrestling e dai falsi reality show era cominciata. Due uomini soltanto erano sopravvissuti ai 45mila sognatori che si erano massacrati per un anno in partite via Internet, in serate ai circoli di pompieri, in camerate di studenti lazzaroni, per poi ripulire i 5.800 ammessi alle finali qui nel Rio Harra’s hotel and casinò di Reno. Steve l’americano e Hachem il chiropratico libanese artritico che aveva dovuto lasciare il suo mestiere per il dolore alle mani, scoprirono le loro due carte e si alzarono. Nel poker giocato al mondiale, il “Texas Hold’em”, il “Texas tienile strette”, due carte coperte sono distribuite a ciascun giocatore e altre cinque scoperte sono rovesciate al centro del tavolo, buone per tutti, da combinare con quelle in mano. I due superstiti avevano puntato tutto. Non c’era ragione per tenere le carte iniziali coperte. Steve girò le sue: un Asso e un Tre. Hachem un Sette e un Tre. La signora Hachem, nella penombra, si coprì la faccia con le mani. Suo marito non aveva niente in mano, spazzatura. L’avversario aveva un asso, lo dominava. Il telecronista e il suo sottopancia sentenziarono l’ovvio: il libanese è cotto. Il meccanico, indifferente come un budda tibetano, scoprì le prime tre carte comuni: un Quattro, un Sei e una Regina. Non cambiò nulla. Girò la quarta carta, la “carta della curva” la chiamano, la penultima. Un Tre. L’americano ora aveva una coppia, due Tre più l’Asso in mano. Il libanese si strinse nelle spalle. La sua sola speranza era che dal mazzo delle 52 carte, usato per il poker americano, il meccanico pescasse per lui come ultima carta un Cinque, per fare una scala. Il meccanico, con uno svolazzo a effetto, calò sul tavolo la quinta carta, la “river card”, si dice, la “carta del fiume”, come quel Mississipi nel quale piombavano, per disperazione o per cortese spinta, i giocatori traditi dall’ultima carta. è finita. Le ragazze applaudirono, il telecronista inneggiò, la signora Hachem scoppiò a piangere. I telespettatori poterono finalmente andare a fare la pipì. Mai, neppure quando i ragazzi partivano verso il “Wild West” armati soltanto di una Smith & Wesson e dei tre consigli del padre, “figlio mio, non mangiare da un oste che si fa chiamare mamma, non fare all’amore con una donna più matta di te, non giocare a poker con uno sconosciuto che gli altri chiamano “doc”, dottore”, questo gioco di carte aveva catturato così a fondo una nazione che pure il poker moderno ha inventato, venerato e celebrato nella propria cultura. Gli storici pignoli dei vizi umani, ci diranno che “poker” è una parola che viene dal francese “poque” e ancora prima dal tedesco “pochen”, bussare, che forse addirittura furono i marinai persiani – la solita minaccia islamica -, sbarcati nella New Orleans del Settecento per vendere anche loro qualche schiavo nero ai buoni cristiani, a insegnare una versione più simile al poker giocato oggi. Ma aveva ragione Sam Clemens, più conosciuto ai lettori come Mark Twain, quando rivendicava alla sua America l’invenzione di quelle combinazioni di carte e di quelle infinite variazioni di gioco, dalle classiche cinque carte coperte, allo “stud”, la teresina a cinque o sette carte, all’”alto e basso” fino al “Texas Hold’Em” praticato al mondiale, che oggi spopolano e che i legionari dell’Impero hanno portato in ogni continente, dopo la Guerra. Mark Twain, che lamentava “l’ignoranza delle regole basilari del poker nelle classi colte”, si sarebbe molto rincuorato se avesse potuto campare un altro secolo (morì nel 1910). Avrebbe visto l’esplosione che questo ignobile, diabolico e delizioso gioco ha conosciuto da quando, nel 1970, il gestore di uno scalcagnato casinò nel centro di Las Vegas, il “Ferro di Cavallo”, accettò recalcitrante di organizzare il primo mondiale di poker. Benny Binion il gestore era un purista. Lo riservò ai professionisti, agli amici e ai “rounders”, ai nomadi del mazzo che facevano appunto il “round”, il giro del West per spennare galline, sempre un passo avanti alle legge che li inseguiva. Il primo campione fu Johnny Moss, un maestro. Intascò 31mila dollari. Una tv locale trasmise la finale, e fu un fiasco. La marmorea impassibilità dei vecchi pro, allenati a nascondere ogni “tell”, ogni tic fisico o verbale che tradisse le loro carte, rendevano quelle partite eccitanti come guardare la vernice seccarsi. La rivoluzione per i vecchi che un Sergio Leone avrebbe adorato – Johnny “il Maestro” Moss; Jimmy “il Greco”; Amarillo “lo Smilzo”; Doyle Brunson “il Dinosauro” che ancora gioca a 86 anni, dopo avere sconfitto due infarti, un ictus e due tumori; il cinese Johnny “the Dragon” Chan; Stu Ungar, il genio matematico che vinse tre milioni di dollari e morì di overdose senza una lira nel motel Oasis di Vegas in compagnia di una bottiglia vuota – arrivò in un rossetto. Non un rossetto di donna, niente di così romantico al tavolo da poker, ma una “lipstick camera”, una microtelecamera grande appunto come un tubicino di rossetto piazzata nei tavoli, sotto il bordo dei posti dei giocatori. Invisibile ma ad alta definizione, il rossetto elettronico permette al telepubblico di vedere le due carte coperte, le carte nel “buco”, secondo il gergo, mentre sono spizzate dai giocatori. Qualunque idiota a casa, qualsiasi brocco da venerdì sera con patatine, sigarette e acidità di stomaco vede le carte coperte di tutti. E dunque, come lo spettatore di telequiz che legge la risposta in sovraimpressione, si sente più bravo di quei professionisti che li lascerebbero con una mano davanti e una didietro in pochi minuti. Non c’è serata televisiva, nella galassia dei cinquecento canali vomitati dal cavo e dai satelliti, che non offra almeno qualche eliminatoria o finale o torneo di poker americano o internazionale, per puntare sulla “pokermania” esplosa, come sempre esplodono i giochi di chance nei momenti di crisi sociale collettiva, quando la vita quotidiana è dura e la paura è grande. A differenza di ogni altra competizione umana, dove il dilettante non vincerebbe un round di box o un game di tennis contro qualsiasi professionista, il poker regala una piccola, ma autentica probabilità anche al pollo. Un esordiente dilettante vinse il mondiale del 2004, infilando tutti i vecchi marpioni. Personaggi rassegnati a consumare la propria vita nella penombra verdognola di partite con qualche ricco fesso da stirare, stanno diventando idoli da album di figurine nel circuito della Wsp, la World Series of Poker, che per loro e ciò che la Fifa è per il calcio o il Tour de France per i ciclisti. La grande candeggina della tv ha lavato via quel lezzo di scantinato, di bari, di cicche, di illegalità e di sudore, che impregnava il poker dei “rounders”, come fu raccontato nel bel film di John Dahl del 1998, con Matt Damon nel ruolo dello squalo bianco. La tv ha reso asettico e garbato, come una torneo di bingo in parrocchia o una gara di curling fra pensionati svizzeri, questo gioco rovinoso, assassino e infernale. La fabbrica dei miti si è messa a al lavoro. Gli occhiali da sole a foggia di occhi da rettile preistorico indossati da Greg “il Fossile” Raymer, insieme con i cinque milioni di dollari vinti nella finale mondiale del 2004, ne hanno fatto un cocco dei bambini. La semplice coincidenza del cognome è sembrata una stella cometa quando il mondiale è stato vinto da Chris Moneymaker, il signor “Faisoldi”. Commovente e molto “american dream” la storia di Minh Ly, saldatore di Saigon fuggito davanti ai cattivoni comunisti nel 1975 su un peschereccio, “boat people” che ha fatto una barca di dollari. Molto politically correct è il successo di Annie Duke, casalinga e madre di tre bambini a casa che bastona maschietti al tavolo del poker. Le migliaia di casalinghe sfiancate che devono fare la spesa cercando saldi e offerte per i pannolini sospirano vedendo una di loro che butta con nonchalance mezzo milione di dollari su un bluff come loro buttando la biancheria sporca nella lavatrice. E non poteva mancare un Gesù, un teo-poker, in questo tempo di revival evangelico. Chris Ferguson detto “Jesus”, per il volto e l’acconciatura da Nazareno sotto il cappello da cowboy, che deve sopportare a ogni torneo l’immancabile battuta: “Maestro, niente miracoli che qui giochiamo di soldi”. Pregando intensamente vinse un milione e mezzo nella finale del 2000. Si lamentino pure, i vecchi, che questo non è più poker, che questo è show business, che questa è roba da masturbatori da Internet e da voyeurs col telecomando. Il figlio del vecchio Binion piange di nostalgia quando ricorda la finale del ‘71 fra Moss, “il Maestro”, e Jimmy Dandalos “il Greco”. Duellarono per trenta giorni e trenta notti, fino a quando Jimmy The Greek, pescato da Moss in un bluff colossale, si alzò e disse semplicemente: “Mister Moss, temo di doverla lasciare andare”. Ma nessuno vinse mai sette milioni di dollari, nel bel tempo andato, come la sera della finale 2005, quando finalmente la “carta del fiume” volò sul tavolo. Hachem si era già alzato per congratulare il vincitore sicuro, Steve Danneman, quando sentì la moglie urlare. Lanciò un’occhiata alla quinta carta. Era un Cinque. Scala. Aveva fatto scala: Tre-Quattro-Cinque-Sei-Sette, sette, come i milioni che aveva vinto. Steve gli strinse la mano: “Good play, man”, buona giocata, come avessero appena finito un torneo di briscola per la bottiglia di Amaro 18 Isolabella. I telecronisti della Espn – la rete di tuttosport posseduta dalla Disney, quella di Minni, Pippo e i tre coniglietti, che ha lanciato la mania – gli chiesero e ora Hachem? “Ora mi iscrivo al torneo mondiale prossimo. Ci vediamo a settembre, in Mississipi, allo Harrah’s di Biloxi per la prima eliminatoria”. Ma era un bluff. Biloxi e il suo casinò non ci sono più, dopo il passaggio di Katrina. Anche Dio gioca a poker.

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